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Alimentazione in gravidanza

In questi nove mesi il fabbisogno di nutrienti e vitamine della donna cambia, tanto che è fortemente raccomandata l’assunzione di vitamine ed elementi.

Cambiamento dell’alimentazione.

L’acido folico è indicato nella fase pre-concezionale e durante i primi tre mesi di gravidanza, infatti è stato dimostrato che così facendo si riduce il rischio che il feto sia affetto da spina bifida (Williams et al 2002; Wilcox et al 2007) ma anche che possa sviluppare leucemia linfoblastica acuta (LLA) in età pediatrica (Thompson et al. 2001). E’ necessario che ogni donna assuma una dose di almeno 400 mcg al giorno di acido folico già nella fase pre-concezionale.

Vi sono inoltre alcune mutazioni enzimatiche (MTHFR) che comportano un aumento dell’omocisteinemia – responsabile della formazione di trombi – e che si traduce in una maggior frequenza di aborti; in questi casi assumere una quantità maggiore di folati può evitare il verificarsi sia di aborto che di morte fetale improvvisa.

Il ferro contribuisce al normale trasporto dell’ossigeno nei tessuti ed è un altro elemento che è necessario assumere non solo con la dieta, ma talvolta anche con un supplemento aggiuntivo, già durante i primi mesi. Molte donne affrontano la gravidanza con riserve marziali ridotte se non addirittura con segni di carenza. Per questo motivo i preparati multivitaminici contengono una quantità di ferro di alcuni milligrammi.
Le vitamine del gruppo B contribuiscono al normale metabolismo energetico e del sistema nervoso. La vitamina B6, in particolare, è indicata anche nel trattamento della iperemesi gravidica.

Lo zinco interviene nei processi di divisione cellulare, contribuisce alla sintesi proteica e del DNA ed alla normale crescita delle ossa fetali (Merialdi et al. 2004). A ciò si aggiunge la normale funzione del sistema immunitario e la riduzione della formazione dei radicali liberi.

Oggi si tende a raccomandare un’alimentazione equilibrata, una dieta senza particolari restrizioni ma variata e sana, ricca quindi in verdure e frutta che garantiscono un corretto apporto di liquidi, vitamine e fibre. Queste ultime sono importantissime per la corretta motilità (detta peristalsi) intestinale; com’è noto, infatti, durante la gravidanza possono presentarsi fastidiosi periodi di stipsi.
Si raccomanda di evitare cibi fritti o ricchi di grassi non solo perché di difficile digestione, ma anche perché responsabili dell’eccessivo incremento ponderale.

Il peso corporeo deve essere controllato ogni settimana, sempre con la stessa bilancia, preferibilmente al mattino, a digiuno, dopo aver svuotato la vescica e senza indumenti, e deve essere comunicato al medico in occasione di ogni visita.
In gravidanza l’incremento ponderale non dovrebbe superare i 12 Kg e dovrebbe essere di 1 kg al mese nel primo trimestre ed 1-1.5 kg nel secondo e terzo trimestre fino alla 32ma settimana per rallentare nelle settimane che precedono il parto. E’ assolutamente inutile e sconsigliato il “mangiar per due”, ma conviene consumare 5 pasti piccoli ma frequenti per evitare difficoltà digestive ed una aumento eccessivo dell’insulinemia durante il pasto successivo.

E’ importante sottolineare che un peso pre-gravidico superiore a 90 Kg comporta un rischio quadruplo d’ipertensione gestazionale e di una volta e mezza di diabete gestazionale.
L’obesità è responsabile da sola di un aumento delle complicanze tromboemboliche che possono presentarsi durante la degenza e d il puerperio.

Bisogna però evidenziare che un basso incremento ponderale, secondario a diete eccessivamente drastiche, predispone al difetto di crescita ed al parto pre-termine, come pure un eccessivo aumento predispone alla macrosomia fetale e ad un aumento dei tagli cesarei.
Importante è ridurre i carboidrati ad elevato indice glicemico, come quelli “00”, perché responsabili di una eccessiva crescita feto-placentare e di incremento ponderale.
Indispensabile la presenza del pesce nella dieta, infatti si è visto che le proteine di origine animale aumentano il peso del feto alla nascita in quanto ricchi di grassi mono-insaturi (Petridou et al. 1998).

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